La Valle Seriana dalla vetta della Cornagera

La Valle Seriana dalla vetta della Cornagera

Presentazione libro

Lassù dove si toccava il cielo

Aurora Cantini racconta alcuni brani della vita contadina di ieri.

Introduce  la poetessa Margherita Bonfilio.

Video Aperitivo con l’autore a Rovetta Bergamo

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INCIPIT

“Scrivevamo con l’inchiostro e il calamaio, in cui veniva intinto il pennino. I banchi, alti e con il sedile agganciato al ripiano tramite sbarre di ferro, avevano un foro apposito per contenere la bottiglietta, ma i danni erano frequenti. A primavera riuscivamo a creare l’inchiostro schiacciando dei grandi fiori blu, chiamati Spade di San Pietro, però il risultato sulla carta lasciava molto a desiderare.

Autorità indiscussa era il parroco, don Arturo Ruggeri, che sovente interveniva a regolare gli animi; oppure si affidava la scolaresca ad una aiutante, la sorella della maestra, una zitella chiamata “Gioanì”. In un’occasione ero stato mandato fuori dall’aula con la mia compagna di birichinate Evi, ma dato che la scuola si trovava proprio a lato del sagrato da cui partiva la mulattiera che scendeva ad Amora Bassa, avevo pensato bene di ritornarmene a casa ed ero andato nei prati ad aiutare mia madre. Inutile dire che i miei genitori furono subito convocati dal parroco e dalla maestra, con grande agitazione di mia madre. I  pochi compiti venivano svolti nella stalla, su una panca accanto alle mucche, che spesso rovinavano gli scritti con i loro liquidi. (…)

La domenica era dedicata al catechismo,“ol Dutrinì”, che si svolgeva durante i Vespri del pomeriggio. Mentre gli adulti ascoltavano le predicazioni in chiesa, noi bambini eravamo affidati alle ragazze più grandi che, in casa del parroco, ci istruivano sui dogmi della fede. Da poco nell’osteria del paese aveva fatto il suo ingresso la prima televisione in bianco e nero, e le comiche di Stanlio e Olio attiravano tutti i paesani. I più intraprendenti tra noi ragazzi riuscivano a imitarli, esibendosi in pubblico, così durante uno dei “Dutrinì” io e il mio amico Bruno demmo sfoggio delle nostre abilità. Il chiasso e le risate furono avvertiti anche nel silenzio della navata. In un battibaleno il parroco, dal pulpito, si fiondò oltre la porticina che, tramite alcuni gradini, portava direttamente nella casa parrocchiale e fu davanti a noi. Acchiappò me e il mio compagno per le orecchie e ci portò davanti all’altare dove ci fece rimanere immobili, con le mani sotto le ginocchia, fino al momento della benedizione. Sentivamo gli occhi degli adulti pungerci la schiena come spilli, mentre il parroco continuava la funzione.

Diventare chierichetto era un’ambizione che però aveva anche un aspetto gravoso: la messa all’alba, alle cinque e mezza, prima dell’inizio dei lavori nelle stalle o nei campi. Questo voleva dire alzarsi alle quattro e mezza, incamminarsi per salire a piedi fino alla chiesa, passando davanti al cimitero, che creava non poche paure in noi bambini a causa delle storie di fantasmi raccontate nelle sere d’inverno nelle stalle, servire messa, poi ridiscendere a far colazione, prendere la cartella e risalire alla chiesa, partecipare alla messa delle otto, quella degli scolari, dopodiché recarsi a scuola. D’inverno, col “frècc che l’pèlaa zó la pèl del mostàss“, cioè che pelava la pelle del viso, tra i ciottoli ghiacciati e il buio che ancora avvolgeva il mondo, era micidiale. (…)

Brano tratto dal libro  Lassù dove si toccava il cielo