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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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L'Eco di Bergamo, articolo presentazione AVSI con Luigi Oldani e Aurora Cantini

L’Eco di Bergamo Dalmine AVSI per l’Africa, Luigi Oldani e Aurora Cantiini

L’Eco di Bergamo e l’iniziativa dell’AVSI

per l’emergenza fame in Corno d’Africa

Luigi Oldani e Aurora Cantini, Sala consiliare Dalmine

Luigi Oldani e Aurora Cantini, Sala consiliare Dalmine

Presentazione del Progetto “In cerca di cibo”

con litografie dello scultore Luigi Oldani e poesia di Aurora Cantini

La giornata di presentazione del Progetto “In cerca di cibo” promosso dallo scultore Luigi Oldani a sostegno dell’AVSI per l’Emergenza cibo in Corno d’Africa ha avuto luogo nella Sala Consiliare del Comune di Dalmine.
Insieme ad Aurora Cantini era presente il professor Cesare Morali Presidente del Circolo Artisti Bergamaschi e lo scultore Luigi Oldani. Ha partecipato il sindaco di Dalmine Claudia Terzi e l’assessore alla cultura Gianluca Iodice. Con loro anche il Presidente sezione Bergamo dell’AVSI Giulio Galbiati e la coordinatrice della manifestazione Augusta Frigeni.

In Africa Orientale più di 11 milioni di persone stanno soffrendo la fame e la carestia. Mancano scuole e interventi sanitari. Soprattutto i bambini, Speranza del futuro, sono già condannati all’oblio. Ecco allora l’importanza di Organizzazioni umanitarie non governative, ONLUS, come l’AVSI. Da anni si fanno carico di portare avanti un messaggio di luce e fratellanza. Lavorano sul campo attraverso la costruzione, l’insegnamento, il rinforzo e il sostegno, affinchè ogni persona possa condurre con dignità e laboriosità una vita equa e aperta al mondo.

IN CERCA DI CIBO

Con l’iniziativa “In cerca di cibo, dacci il nostro pane quotidiano” grazie al dono dell’artista bergamasco Luigi Oldani, la Fondazione AVSI vuole tenere viva l’attenzione sul dramma del Corno d’Africa. Lo scopo è raccogliere fondi a sostegno della propria azione nel campo profughi di Dadaab.

AVSI ONG italiana, www.avsi.org, impegnata da oltre 30 anni in 40 paesi del mondo in Progetti di cooperazione allo sviluppo, è in prima linea accanto alla popolazione nei campi profughi di Dadaab, l’agglomerato urbano più grande del mondo.

Dadaab è un campo profughi in Kenia in cui si rifugiano quotidianamente centinaia di famiglie somale. Esse fuggono la sete e la fame e AVSI lavora affinché le persone che arrivano possano ricominciare una vita degna. In particolare si occupa di Educazione, su richiesta dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l’UNHCR, e della Cooperazione Italiana per lo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri, in collaborazione con la Mount Kenia University e l’UNICEF.

IL CAMPO PROFUGHI

Dadaab si trova a 500 chilometri da Nairobi, a 80 chilometri dal confine con la Somalia. Il Campo Profughi è costituito da tre sezioni, che coprono un’area di 50 chilometri quadrati. È stato realizzato per le popolazioni che scappavano dal loro paese a causa delle guerre civili e delle condizioni disumane a cui erano soggette.

Secondo le statistiche a inizio 2011 erano presenti quasi 400.000 persone, di cui quasi 200.000 bambini e ragazzi fino ai 17 anni. La popolazione maggiormente presente è somala, mentre il resto proviene dall’Etiopia e da altri paesi africani.

Da gennaio 2011 la situazione è ulteriormente peggiorata, a causa del grande afflusso di persone che scappano dalla Somalia per la siccità che da oltre 3 anni affligge il Paese. Più di 30.000 persone al mese, 1.500 al giorno, giungono ai margini delle strutture, chiedendo aiuto.

A tutt’oggi oltre 60.000 persone vivono ancora fuori dai campi in attesa di ricevere indicazioni e un posto dove vivere. Tra i nuovi arrivi più della metà sono bambini e tutti malnutriti. Molti di essi sono talmente gravi da non riuscire a sopravvivere, ne muoiono circa 6 al giorno. Non si possono chiudere gli occhi, non si può distogliere lo sguardo.

Per approfondire:

http://www.giornatamondialedelbambino.org/

 

 

Concorso letterario “Parole rubate al pensiero”

indetto dal Granducato di Alzano Lombardo Bergamo

Poesia quarta classificata
OCCHI DI BIMBO – PRINCE  (una poesia per Haiti)

Dietro il lago d’ombra
soffoca il pianto
il bimbo sperduto
e muto osserva
il mondo devastato.

Raccoglie polvere e sudore,
palpiti di ricordi,
parole taciute
dietro le mani.

Tace il bimbo sperduto
ma gridano gli occhi,

e chiamano.
Risponderà qualcuno? (Aur Cant)

I LINK ALL’EVENTO

http://granducatoalzanosopra.it/il-concorso.html

LE NOTIZIE DEL PREMIO

http://granducatoalzanosopra.it/premio-cartiere-p-pigna.html

IL TESTO DELLA POESIA

la lettura

TRA POESIA E SCULTURA

OCCHI DI BIMBO, Prince scultura di Luigi Oldani

OCCHI DI BIMBO, Prince, scultura di Luigi Oldani

EMERGENZA HAITI

Due anni sono passati da quel terribile terremoto, sono felice che questa poesia, che racconta il dramma dei bambini, abbia ricevuto un riconoscimento in un concorso letterario.
Con lo scultore Luigi Oldani di Dalmine l’anno scorso ho partecipato al Progetto “Emergenza Haiti” in appoggio all’Associzione “Francesca Rava” Onlus per raccogliere fondi in aiuto ai bambini terremotati di Haiti, come spiegato a Bergamonews: Bergamonews, una poesia per Haiti

DAI BAMBINI PER I BAMBINI

Chi meglio di un bambino può lanciare un messaggio di amore verso altri bambini? Il ponte che solo l’innocenza dell’infanzia può creare riesce forse ad abbattere le barriere del pregiudizio e dell’indifferenza, perché quando soffre un bambino soffre l’Umanità intera. E negli sguardi dei bambini troviamo lo specchio della nostra fragilità, del nostro essere nulla di fronte al dolore, perché tutti noi siamo stati bambini e sappiamo bene come stanno le cose, come è trasperente e vulnerabile la loro anima.

LE PAROLE DI DUE ALUNNE DI QUINTA ELEMENTARE

IL LUOGO DEL MIO CUORE

“C’è un luogo nel mio cuore dove vorrei vivere, crescere e sognare. Cari bambini del mondo, ho trovato il mio luogo del cuore, si trova nei cieli più azzurri e vivaci, potete venire tutti per conoscervi  e stare insieme. Con le nuvole potremo vedere dall’alto i nostri desideri, i momenti più belli, incontrare gli amici perduti. Nel mio cielo si trova l’arcobaleno dove si può ammirare il futuro e il passato dell’Universo, per trovare un sorriso nel proprio cuore.” (Chiara)

AIUTAMI,O SPERANZA

Io ho un sogno,

liberare il mondo dalla guerra,

la speranza di un bambino,

la speranza di tutti i cuori

voglio che il mondo sia libero,

libero come il mare,

la colomba bianca voli,

voli e non rimanga imprigionata,

un bambino può cambiare,

cambiare il mondo!

Amo il mondo!

Aiutami, o speranza,

salva il mondo!

(Sara)

Nel video ad ANTENNA2TV

la vita contadina sotto la Cornagera narrata nel libro

“Lassù dove si toccava il cielo”

il video su Antenna2TV

LASSU' DOVE SI TOCCAVA IL CIELO -Amora e la vetta della Cornagera nell'agosto 1955, solo poche case, la chiesa e il cimitero sul pendio-

LASSU’ DOVE SI TOCCAVA IL CIELO -Amora e la vetta della Cornagera nell’agosto 1955, solo poche case, la chiesa e il cimitero sul pendio-

Il paesino di Amora e la vetta della Cornagera fotografati nell’agosto 1955, solo poche case, la chiesa a mezza costa e il piccolo cimitero solitario sul pendio. Narrare i contadini di un tempo non lontano, con la gerla sulle spalle e  i covoni sparsi lungo il pendio, narrare i bambini degli Anni Cinquanta con le cartelle usate come slitta nella neve, le interminabili Processioni e il dutrinì, narrare le donne sfiorite a quarant’anni, chine sul paiolo della polenta, col rosario in mano e il cestino delle uova. Narrare…

INCIPIT

“Amora negli anni cinquanta era divisa in due contrade, ancora oggi abbastanza distinte: una appena sotto la Cornagera, l’altra più in basso, a incombere sull’abitato di Bondo Petello, cui si giungeva tramite uno sterrato assai praticato, che nell’altro senso prima di proseguire per Aviatico in una strada carrozzabile, si collegava ad Amora Alta con una mulattiera a gradoni. Nel mezzo, come un giudice imparziale tra campi coltivati su morbidi pendii, la chiesa parrocchiale di San Bernardino e poco sotto il cimitero. Di fronte la nera cintura del Misma e sullo sfondo il profilo degli Appennini. Il tutto in precario equilibrio sul verde dei prati. Bastava allungare le dita e sembrava di toccare il cielo. (…)

Il mio primo ricordo risale a quando avevo circa quattro anni. Nei mesi invernali tornavano in paese i numerosi giovani emigranti, che avevano trovato lavoro in Svizzera come muratori e carpentieri, oppure in Francia come minatori, vignaioli o mietitori; erano festeggiati al pari degli eroi, loro che avevano superato le montagne e visto luoghi e persone distanti anni luce dall’umile mondo contadino. Questi ritorni erano eventi quasi magici, con storie raccontate mille e mille volte fino a notte fonda nelle stalle dell’una o dell’altra famiglia e con doni per tutti, originali e sorprendenti. Io ricevetti il mio primo pezzo di cioccolato svizzero, che mi portai in tasca a lungo, mangiucchiandolo parsimonioso per timore che finisse presto. Ma una notte un topolino rosicchiò il fondo della stoffa, attirato anch’esso dal dolce profumo e al mattino, nel percorrere il sentiero verso il prato, mi accorsi che la tasca era vuota. Piansi tutte le mie lacrime per quel dono perso, così prezioso. Nel maggio successivo, come quasi tutti i bimbi a quell’età, imboccai per la prima volta il tracciato che conduceva a Predale, per andare a raccogliere il fieno “in da àl”, nella valle, dove era dislocata una penzana di proprietà di un abitante di Amora Bassa, che ci permetteva di tenere le mucche in affitto. (…)”

(Brani tratti dal libro di narrativa sulla civiltà contadina di montagna  Lassù dove si toccava il cielo Edizioni Villadiseriane, 2009)

DAVANTI AL PRESEPE

Amsterdam

Amsterdam

L’ANGELO
In quella notte di dicembre in Palestina ben pochi viandanti erano in viaggio. Tra coloro che proseguivano troviamo i due sposi di Nazareth. Stanchi e infreddoliti, sentivano crescere dentro mille dubbi e interrogativi sul compito gravoso che li attendeva, mentre gli zoccoli incespicavano sui ciotoli della pista carovaniera. Possiamo immaginare i loro sguardi guizzanti e impauriti lungo i contorni in ombra delle colline, possiamo sentire la morsa di angoscia che attanagliava il respiro. Ma su tutto regnava l’attesa di qualcosa di immenso e incomprensibile.

IL CENSIMENTO
Anche i legionari romani si muovevano in quelle ore, pieni di dubbi sul valore del Censimento e rimpiangendo il calore della caserma a Gerusalemme. Anch’essi stranieri in una terra straniera, valorosi eppur fragili dietro la loro corazza di silenzio.

LA LOCANDA
Il momento più drammatico del cammino di Maria e Giuseppe resta il loro tentativo di ospitalità alla locanda di Betlemme. Il luogo di incontro diventa il simbolo del rifiuto verso chi è debole o straniero. E’ facile quindi associare la Sacra Famiglia alla famiglia emigrante: quella dei nostri nonni, con la valigia di cartone chiusa con lo spago, e quella del nostro tempo, con il rumore degli spari negli orecchi, ancora più sola in questo nostro muoversi frenetico.
Per questo Gesù scelse come luogo di incontro e amicizia un posto senza porte e senza confini: l’immensità del mondo, la terra degli uomini.

LE LAVANDAIE
Lungo il cammino di Gesù troviamo molte figure di donna e queste sconosciute lavandaie sono tra le più dolci: nel crepuscolo della terra di Palestina esse per prime videro riflettersi nell’acqua le gocce lucenti della magica Stella. Chissà con quale tremore quelle mani screpolate e ruvide strinsero i panni bagnati, per poi sollevarsi gocciolanti verso il fulgido richiamo, mute di suppliche e desideri, ancora pronte a cullare e fasciare il più piccolo degli indifesi.
E mentre le agili mani sfioravano l’acqua, piccole perle calde scesero a impreziosire i bianchi camicini come pegno d’amore materno e devoto fino al dolore della Croce.

Il Massiccio della Presolana

Il Massiccio della Presolana, sentinella sul Mondo.

I PASTORI
Alcuni pastori osservavano dalle rupi il passaggio dei forestieri lungo le immense praterie steppose della regione di  Betlemme, a mezzanotte. Si trovavano nella più completa solitudine, induriti da una vita di intemperie, vagabondi negli affetti, solitarie presenze in un mondo severo e sferzato dal vento. Non chiesero spiegazioni agli strani eventi di quella Notte, ma offrirono aiuto senza riserve, nel modo più completo e totale. Dietro la scorza ruvida e taciturna brillava la tenerezza più morbida.

I BEDUINI
Alcuni nomadi venuti dalle terre del Sinai si spostavano seguendo il miraggio di una fuga dalla povertà. Impolverati e stanchi cercavano un sogno di speranza al loro vagabondare senza tregua. Nei loro sguardi si raccoglie tutta la desolazione dei profughi di ogni tempo, sperduti ma sempre pronti a riprendere il cammino.

IL DORMIENTE
V’ era un anfratto poco fuori la città dove i viandanti trovavano sollievo. Anche Maria appariva provata dal lungo viaggio e desiderava stendersi a riposare. Le fecero posto nel piccolo spazio tra le rocce, ma quando le sue mani si posarono sul volto di chi in silenzio attendeva la nuova alba, lieve il suo tocco alleggerì ogni pena e confortò ogni cuore, perchè, anche se tacita,  aveva ascoltato le loro invocazioni.
In cambio offriva a tutti gli uomini ciò che aveva di più caro: Suo Figlio.

Le ultime cascine contadine in Valle Camocco, sotto Ganda, altopiano di Aviatico

Le ultime cascine contadine in Valle Camocco, sotto Ganda, altopiano di Aviatico

I TAGLIALEGNA
Accanto al giaciglio col bambino alcuni taglialegna accesero un fuoco: subito il chiarore s’irradiò ad avvolgere il Neonato addormentato. Gli uomini intanto osservavano con occhi sgranati il mistero che si presentava loro e che scaldava i loro cuori e le loro menti come un fuoco acceso. Questi semplici taglialegna scoprirono che il loro fuoco di legna aveva trovato sublime corrispondenza con il fuoco dell’anima scaturito da Dio.

IL FORNAIO
Le mani del fornaio richiamano l’idea della purezza . Sono l’anello che lega il chicco di grano all’uomo e portano vita, offrendo pane. Anche Gesù userà sempre il pane quando vorrà esprimere i suoi messaggi più profondi. Il pane deposto vicino a Maria racchiudeva il sapore della fatica e della gioia, il gioco di un bimbo che cresce, il pianto di chi ha fame, l’amore di Dio. Nulla si perde, tutto si stempera nell’eternità del Cristo.

I CONTADINI
I contadini che quella Notte offrirono i loro pochi cibi a Giuseppe avevano sulle spalle il ritmo delle stagioni, i semplici gesti della vita quotidiana, la capacità di adattarsi al mutare degli eventi, e quella di conservare intatto il valore degli affetti, delle cose care. Essi, con la loro offerta, volevano esprimere l’antico legame di solidarietà del mondo contadino e rinfrancare un uomo sperduto ma saldo nel suo impegno più grande.

IL CIABATTINO
Alcuni tra i mestieri più diffusi al tempo di Gesù erano il ciabattino o il fabbro, che rappresentati nel presepe di ogni tempo, sono l’emblema del lavoro solitario. Nello spazio ristretto di un locale, chini  sugli attrezzi, forgiavano e creavano piccoli capolavori, silenziosi ed attenti nel loro compito. Proprio dal silenzio scese fino al cuore quel richiamo dolce che solo una coscienza di pace può sentire; scese sfiorando delusioni di ogni giorno; scese fino in fondo inebriando i loro occhi di immagini meravigliose, rendendo questi uomini liberi nell’anima, liberi davvero. Il Bambino Gesù aveva parlato solo a chi era riuscito a sentire la sua voce leggera: la voce del silenzio.

IL CASALE
Nel passato le strade, acciottolate e fangose, erano percorribili solo a dorso d’asino o con i carretti. I viandanti sapevano però di poter contare sull’ospitalità della gente dei casali sparsi lungo i pendii o nelle vallate. Il fuoco sempre acceso scaldava i cuori e le menti, avvolgeva come una calda coperta quegli uomini induriti dalle fatiche e gli sguardi legavano al mondo i solitari giorni di chi era perso.

Trieste, Presepe di Luci

Trieste, Presepe di Luci

I MAGI
Nella gelida notte della Palestina apparvero in lontananza tre stranieri. Erano partiti pieni di incertezze, guidati soltanto da un effimero miraggio e dalle parole scritte da chi era morto ormai da tempo. Ma il loro destino è tracciato: porteranno luce all’uomo nuovo, speranza al figlio perduto, rinascita al seme gettato. Si inginocchieranno e onoreranno il loro unico agognato angelo, il solo che potrà alleviare il loro inquieto vagare come stella, la sola Stella per inquieti viandanti del tempo.

Ecco il link diretto con la Gallery delle immagini dal sito di Bergamasca.net:

Davanti al Presepe

La Valle Seriana dalla vetta della Cornagera

La Valle Seriana dalla vetta della Cornagera

Presentazione del libro di narrativa

“Lassù dove si toccava il cielo”

di Aurora Cantini,

il racconto della vita contadina di ieri

Introduce  la poetessa Margherita Bonfilio

Rovetta Bergamo

Aperitivo con l’autore

INCIPIT

“Scrivevamo con l’inchiostro e il calamaio, in cui veniva intinto il pennino. I banchi, alti e con il sedile agganciato al ripiano tramite sbarre di ferro, avevano un foro apposito per contenere la bottiglietta, ma i danni erano frequenti. A primavera riuscivamo a creare l’inchiostro schiacciando dei grandi fiori blu, chiamati Spade di San Pietro, però il risultato sulla carta lasciava molto a desiderare.

Autorità indiscussa era il parroco, don Arturo Ruggeri, che sovente interveniva a regolare gli animi; oppure si affidava la scolaresca ad una aiutante, la sorella della maestra, una zitella chiamata “Gioanì”. In un’occasione ero stato mandato fuori dall’aula con la mia compagna di birichinate Evi, ma dato che la scuola si trovava proprio a lato del sagrato da cui partiva la mulattiera che scendeva ad Amora Bassa, avevo pensato bene di ritornarmene a casa ed ero andato nei prati ad aiutare mia madre. Inutile dire che i miei genitori furono subito convocati dal parroco e dalla maestra, con grande agitazione di mia madre. I  pochi compiti venivano svolti nella stalla, su una panca accanto alle mucche, che spesso rovinavano gli scritti con i loro liquidi. (…)

La domenica era dedicata al catechismo,“ol Dutrinì”, che si svolgeva durante i Vespri del pomeriggio. Mentre gli adulti ascoltavano le predicazioni in chiesa, noi bambini eravamo affidati alle ragazze più grandi che, in casa del parroco, ci istruivano sui dogmi della fede. Da poco nell’osteria del paese aveva fatto il suo ingresso la prima televisione in bianco e nero, e le comiche di Stanlio e Olio attiravano tutti i paesani. I più intraprendenti tra noi ragazzi riuscivano a imitarli, esibendosi in pubblico, così durante uno dei “Dutrinì” io e il mio amico Bruno demmo sfoggio delle nostre abilità. Il chiasso e le risate furono avvertiti anche nel silenzio della navata. In un battibaleno il parroco, dal pulpito, si fiondò oltre la porticina che, tramite alcuni gradini, portava direttamente nella casa parrocchiale e fu davanti a noi. Acchiappò me e il mio compagno per le orecchie e ci portò davanti all’altare dove ci fece rimanere immobili, con le mani sotto le ginocchia, fino al momento della benedizione. Sentivamo gli occhi degli adulti pungerci la schiena come spilli, mentre il parroco continuava la funzione.

Diventare chierichetto era un’ambizione che però aveva anche un aspetto gravoso: la messa all’alba, alle cinque e mezza, prima dell’inizio dei lavori nelle stalle o nei campi. Questo voleva dire alzarsi alle quattro e mezza, incamminarsi per salire a piedi fino alla chiesa, passando davanti al cimitero, che creava non poche paure in noi bambini a causa delle storie di fantasmi raccontate nelle sere d’inverno nelle stalle, servire messa, poi ridiscendere a far colazione, prendere la cartella e risalire alla chiesa, partecipare alla messa delle otto, quella degli scolari, dopodiché recarsi a scuola. D’inverno, col “frècc che l’pèlaa zó la pèl del mostàss“, cioè che pelava la pelle del viso, tra i ciottoli ghiacciati e il buio che ancora avvolgeva il mondo, era micidiale. (…)

(Brani tratti dal libro  Lassù dove si toccava il cielo)

i poeti Aurora Cantini e Maurizio Noris Albino

I poeti Aurora Cantini e Maurizio Noris ad  Albino

POESIA E MUSICA IN LIBERTÀ

Domenica 18 dicembre 2011

Auditorium Città di Albino ore 17,30
Intrattenimento musicale su temi settecenteschi del musicista Marcello Conca
Lettura di poesie di autori vari

il paesino di Amora dall'alto della Cornagera -Altopiano di Aviatico-

Il paesino di Amora dall’alto della Cornagera -Altopiano di Aviatico-

 

LE PAROLE DEL CUORE

Liquide, le parole del cuore
si depositano sui nostri giorni,
rinsaldano orizzonti nuovi,
ravvivano fuochi spenti,
rendono pace al riposo
e consolazione alla vita.

Sono attimi di silenzio
nel vorticare del mondo. (Aur. Cant.)

Il piacere più bello è ascoltare i versi più spontanei scritti da chi di solito non si dedica alla poesia, cittadini comuni, che nella vita quotidiana si dirigono verso mete più pragmatiche. Eppure ogni cuore è poeta. Il cuore palpita nei sussurri mai detti.

I versi sono una medicina per l’anima, una consolazione allo sfasamento e alle solitudini di oggi. Un verso è veloce come ogni nostro passo e ci accompagna lungo ogni nostro respiro, insaziabile e pungente. Sorregge il cammino, riempie le notti, allontana la paura: ogni poesia è una storia che rivive, sfolgorante, e parla all’umanità attraverso la voce di uno solo.

Parlando di poesie vorrei riportare le parole che Francesco Bianconi, leader dei  Beaustelle disse in un’intervista a L’Eco di Bergamo del 28 luglio 2010: «Affermando che ci vorrebbero più poeti e meno cantanti volevo dire che viviamo in una società dove essi tendono ad essere figure marginali, senza riconoscerne il valore. Invece viviamo in un’epoca ricca di cantanti e attori spettacolari, calati in un mondo spettacolarizzato. I poeti sono figure anacronistiche (fuori moda), ma bisognerebbe riscoprirle e lasciarle parlare.» Daniela Morandi

Ecco anche l’edizione 2012:

qui la presentazione

 

In  poesia il senso di attesa

per Santa Lucia

dal libro Nel migrar dei giorni 2000

UN BIMBO

Lunga la sera avanza
e dietro i vetri
un bimbo guarda lontano
e sogna.

Si riempiono gli occhi
di rossi tramonti
e nebbie sparse
che occhieggiano dai colli.

Si coprono gli occhi
di ridenti sorrisi
e orizzonti chiari
da afferrare con le mani.

Occhi di bimbo riflessi nel buio.

Un luccicore sul vetro
che pare una lacrima
subito spento.

(Aur Cant)

il piccolo Oscar al Roculì di Amora 1985

Il piccolo Oscar al Roculì di Amora 1985

MEMORIE CONTADINE

L’ATTESA DI SANTA LUCIA PER I BAMBINI DI UN TEMPO

Santa Lucia dei bambini bergamaschi negli Anni Cinquanta,

(brani tratti da “Lassù dove si toccava il cielo”

Villadiseriane, 2009)

http://www.imieilibri.it/?p=8207

“(…) La mattina di Santa Lucia, “Santa Lösséa” in bergamasco, accanto all’urna di vetro della Maria Bambina Nascente dove la sera prima erano stati deposti una ciotola d’acqua e una manciata di fieno e “miscèla” -la farina data alle mucche- per l’asinello, i bambini scoprivano i doni: quaderni, matite, oppure i “basì”, caramelline zuccherate che venivano trovate anche sparse sulle scale, come fossero state davvero dimenticate dalla Santa.

L’ultima Santa Lucia è arrivata quando ero in quarta elementare e consisteva nel mio primo camioncino di plastica gialla, bellissimo. Mia sorella invece ricevette una bacchetta di legno dipinta d’argento: per lei fu un enorme dolore scoprire che probabilmente non si era comportata correttamente. Più tardi capii che l’argento della bacchetta era lo stesso usato per ridipingere ad ogni primavera le canne della stufa in cucina. Avevo scoperto il mistero.

L’anno successivo mi alzai impaziente e ciabattai fino alla camera Bella tra il “barbèlà de frècc”, ma vicino all’urna non c’era nulla: avevano capito che io sapevo. Scesi da basso e ritto nel mio corto pigiama di flanella, soffocando il groppo in gola che rischiava di sommergermi, esclamai alle donne indaffarate in cucina: “Me adès ‘ndó a servì mèsa. Quando torno voglio trovare i miei doni”. Ancora oggi rivedo gli occhi azzurri pieni di dispiacere di mia madre, muta davanti a me, le sue mani screpolate che serravano tremanti la “bigaröla”, il grembiule. Trovai alcuni mandarini, due arance, qualche noce, ma per me l’infanzia era finita.(…)”

Baita nella neve sulla strada verso Ganda, Altopiano di Aviatico

Baita nella neve sulla strada verso Ganda, Altopiano di Aviatico

27 racconti di altrettanti autori emergenti,

selezionati da un Concorso indetto dal forum Creativity Station,

per raccontare i vari aspetti del Natale.

Tante voci diverse e un unico scopo,

affermando come la Parola, detta o scritta,

sia la voce del futuro.

 

Tra i racconti selezionati, anche “LA LEGGENDA DELLA COLLINA INCANTATA” di AURORA CANTINI
Roberto Sonaglia dice nella sua motivazione: “Una fiaba con un messaggio sociale e uno di umanità, compresa la tematica della persistenza dell’amore oltre la morte (il giglio bianco). Molto ben scritta.”

INCIPIT

“Ogni sera nonno Riccio racconta che nell’angolo più nascosto di una casetta sui colli bergamaschi, alla base della vecchia credenza di pino, viveva, ormai da sette secoli-luce, una bambina.

Alia, questo il nome della piccina, ricordava bene come era capitata laggiù: durante la corsa di Primavera della Scuola di Prato Rugiadoso aveva inavvertitamente urtato una delle compagne, facendola inciampare proprio nei suoi rossi riccioli e mandandola gambe all’aria tra le risate dei presenti. La vecchia e altera Fata del Mandorlo in Fiore, Runa, non aveva creduto a una sola delle sue accalorate giustificazioni.

 -La tua impertinenza, Alia, ha superato ogni limite. E’ la prima volta in millenni di storia che capita un episodio così vergognoso. Pertanto sarai punita!  Io ti condanno a vivere nel mondo degli uomini. Partirai domattina all’alba, sul primo raggio di sole.

E così Alia era finita proprio lì, nella casa del boscaiolo Armando e di sua moglie Marika. Lui era burbero, ma aveva un cuore d’oro: come quella volta che aveva allevato due cuccioli di volpe, con l’ intento di venderli al mercato, per poi lasciarli liberi. Per Alia erano stati i primi amici. Si afferrava al loro soffice pelo e si faceva trasportare qua e là. In quei momenti riusciva perfino a dimenticare  Prato Rugiadoso e la nostalgia che ne aveva. Della signora Marika invece le piaceva la pelle delicata e morbida. A volte, la notte, si rincantucciava tra il cuscino e il lenzuolo, e lì rimaneva ore e ore, a dormire e a sognare, cullata dal suo respiro caldo, avvolta nei  suoi capelli.

Ma c’erano momenti in cui il piccolo cuore di Alia sembrava si spezzasse a metà: capitava quando scopriva Marika piangere inginocchiata accanto ad una minuscola culla, in solaio. Doveva esserci stato un bambino in quella casa, un tempo. Dove fosse ora, questo Alia non lo aveva scoperto, sapeva però che la sua mancanza faceva soffrire terribilmente Marika. (…)”

Per le informazioni complete sull’eBook ecco il link:

http://it.calameo.com/books/000792764e8167e044d02

Altamente 28 novembre 2011 AVSI e Luigi Oldani per l’emergenza in Corno D’Africa, con la poetessa Aurora Cantini

In cerca di cibo Luigi Oldani

In cerca di cibo, di  Luigi Oldani

In cerca di cibo Luigi Oldani

In cerca di cibo, di  Luigi Oldani

IN CERCA DI CIBO,

di Don Giovanni Lombarda

“Tutta la Storia, di ieri e di oggi, da Oriente ad Occidente, è percorsa dallo stesso grido: “Aiutami!”. Culture, filosofie, religioni si trovano unanimi nel riconoscere la promessa ed il compito della Vita: la cura dell’altro, che incrocia l’esistenza fatta teatro d’amore, dove non si recita, ma si consuma la salvezza.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”: dal cuore pulsante dell’umanità tutta si erge dignitosa e grave la voce muta di chi attende e spera, guarda e tace, apre la mano e porge un piatto vuoto: “Cerca aiuto il bambino scarno che domanda cibo a sua madre, si aspetta pane la piccola innocente, martire suo malgrado, dagli occhi spenti che succhia una foglia, sfida la sorte il giovane guerriero, disarmato e muto, che pretende cura dal domani… Il gruppo delle giovani e nuove pie della via dolorosa, fissa il passante e straniero e denuncia la tua indifferenza; la bella ragazza assiste incredula al dramma della fame. Così l’Umanità si mette in fila, uno dopo l’altro, bambini e bambine del corno d’Africa, attendendo che il piatto vuoto si riempia di pane.

DIECI LITOGRAFIE

L’artista dalminese Luigi Oldani ha raffigurato in 10 litografie questo dramma che si consuma sotto i nostri occhi, circondato sovente dal silenzio di molti. Nei suoi disegni Oldani mette in risalto lo sguardo e il silenzio: fissando queste immagini ci sentiamo guardati, giudicati, interpellati… eppure tutto tace. Non è richiesto di imbastire discorsi, ma di aprire le mani. A parlare è la Fame, la Paura, il Volto; parla l’Esser-ci divino che abita in loro, parla Gesù Cristo che abita in loro. Come si farebbe lieta la Vita se cominciassimo ad essere migliori! Questa è la sensazione che si prova davanti a questa opera artistica: il grido “Aiutami!” ci entra dentro, fino in fondo all’anima, e ci unisce a quella catena umana di uomini e donne di buona volontà che hanno risposto generosamente alla povertà dei Popoli. Anche noi, in cerca di cibo, per tutti i figli del Padre nostro. All’artista Luigi Oldani va il merito di averci posti davanti alle nostre responsabilità.” (Don G.Lombarda)

L’INIZIATIVA

Per approfondire l’importante iniziativa

www.avsi.org

http://www.oldani.it/arte_frame.htm

 

LA NOTIZIA
http://ecodibergamo.it/stories/Cultura%20e%20Spettacoli/252050_seriate_pensa_al_corno_dafrica_fondi_per_lemergenza_umanitaria/

IN CERCA DI CIBO,

di Don Giovanni Lombarda

“Tutta la Storia, di ieri e di oggi, da Oriente ad Occidente, è percorsa dallo stesso grido: “Aiutami!”. Culture, filosofie, religioni si trovano unanimi nel riconoscere la promessa ed il compito della Vita: la cura dell’altro, che incrocia l’esistenza fatta teatro d’amore, dove non si recita, ma si consuma la salvezza.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”: dal cuore pulsante dell’umanità tutta si erge dignitosa e grave la voce muta di chi attende e spera, guarda e tace, apre la mano e porge un piatto vuoto: “Cerca aiuto il bambino scarno che domanda cibo a sua madre, si aspetta pane la piccola innocente, martire suo malgrado, dagli occhi spenti che succhia una foglia, sfida la sorte il giovane guerriero, disarmato e muto, che pretende cura dal domani… Il gruppo delle giovani e nuove pie della via dolorosa, fissa il passante e straniero e denuncia la tua indifferenza; la bella ragazza assiste incredula al dramma della fame. Così l’Umanità si mette in fila, uno dopo l’altro, bambini e bambine del corno d’Africa, attendendo che il piatto vuoto si riempia di pane.

DIECI LITOGRAFIE

L’artista dalminese Luigi Oldani ha raffigurato in 10 litografie questo dramma che si consuma sotto i nostri occhi, circondato sovente dal silenzio di molti. Nei suoi disegni Oldani mette in risalto lo sguardo e il silenzio: fissando queste immagini ci sentiamo guardati, giudicati, interpellati… eppure tutto tace. Non è richiesto di imbastire discorsi, ma di aprire le mani. A parlare è la Fame, la Paura, il Volto; parla l’Esser-ci divino che abita in loro, parla Gesù Cristo che abita in loro. Come si farebbe lieta la Vita se cominciassimo ad essere migliori! Questa è la sensazione che si prova davanti a questa opera artistica: il grido “Aiutami!” ci entra dentro, fino in fondo all’anima, e ci unisce a quella catena umana di uomini e donne di buona volontà che hanno risposto generosamente alla povertà dei Popoli. Anche noi, in cerca di cibo, per tutti i figli del Padre nostro. All’artista Luigi Oldani va il merito di averci posti davanti alle nostre responsabilità.” (Don G. Lombarda)

 

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