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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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diploma concorso poesia Giuseppe Longhi sezione studenti

diploma concorso poesia Giuseppe Longhi sezione studenti

Concorso Internazionale di poesia e prosa

“Giuseppe Longhi” Romano di Lombardia,

Sezione Poesia Studenti 22 dicembre 2011

LA POESIA SECONDA CLASSIFICATA

ERI TU…

Eri tu…
Calde spiagge e alte palme,
l’atmosfera del tramonto
che addormenta conchiglie e ricordi,
prati di tulipani e margherite,
vola, gioca e balla
con un girotondo di fate solari,
chiudi gli occhi  e pensa di addormentarti
sulle onde del mare
e sogna mille giorni felici!
Eri tu…
bambino d’Africa.

(Gloria A. Classe quarta Scuola Primaria di Pradalunga)

Luce d’Altopiano, foto di Aurora Cantini

BAMBINI CHE SCRIVONO

“Caro diario, oggi per te non ho segreti. Mi piace tanto il profumo delle pagnotte o del pane appena sfornato, i fiori perché sono colorati e profumati, l’arcobaleno perché sembra una scia che ti trasporta chissà dove, le pietre perché sono luccicanti e rare, i dolci perché sono deliziosi, gli orecchini perché risaltano il viso di una persona, i vasi perché sono originali e di ceramica o vetro, le altalene perché sembra di volare, la neve perché è fresca e pura… Detesto il sole molto afoso o secco, le pettegole perché vanno sempre a spifferare tutto, i giornalisti o pubblicitari che intervistano o disturbano le persone, l’inchiostro perché sporca le mani, gli insetti perché sono piccoli e a volte fastidiosi come le mosche, i film horror, le persone che mostrano indipendenza o che ti mettono sulle spine.

Per me una persona è mia amica quando è solare, intelligente, simpatica, sincera e sa quando è il momento giusto di scherzare oppure di consolarti, non parla male degli altri e non è una pettegola, è responsabile e non infantile ma a volte si può fare qualche eccezione. Vorrei tanto essere un’aquila così posso volare alla velocità del vento, oppure vorrei essere un cavallo selvaggio come Spirit per correre in praterie, libero e vorrei tanto visitare tutto il mondo, compresi anche i villaggi.

Mi sento sola quando litigo con le mie amiche e poi non ho più nessuno con cui giocare, quando sono triste, piango e non c’è nessuno che mi può consolare. Infine vorrei dirti: mi accetto per quello che sono e certe volte mi rendo fortunata ad avere delle cose così belle, mentre altri invece purtroppo non le possono avere. Vorrei dirti che anche se sei un diario e non puoi comprendere i miei sentimenti o le mie emozioni non fa niente, e poi anche tu sei molto fortunato, perché alcune persone hanno molta fiducia e sicurezza con te, anche se sei un piccolo diario. (Gloria)

L'Eco di Bergamo, articolo presentazione AVSI con Luigi Oldani e Aurora Cantini

L’Eco di Bergamo Dalmine AVSI per l’Africa, Luigi Oldani e Aurora Cantiini

L’Eco di Bergamo e l’iniziativa dell’AVSI

per l’emergenza fame in Corno d’Africa

Luigi Oldani e Aurora Cantini, Sala consiliare Dalmine

Luigi Oldani e Aurora Cantini, Sala consiliare Dalmine

Presentazione del Progetto “In cerca di cibo”

con litografie dello scultore Luigi Oldani e poesia di Aurora Cantini

La giornata di presentazione del Progetto “In cerca di cibo” promosso dallo scultore Luigi Oldani a sostegno dell’AVSI per l’Emergenza cibo in Corno d’Africa ha avuto luogo nella Sala Consiliare del Comune di Dalmine.
Insieme ad Aurora Cantini era presente il professor Cesare Morali Presidente del Circolo Artisti Bergamaschi e lo scultore Luigi Oldani. Ha partecipato il sindaco di Dalmine Claudia Terzi e l’assessore alla cultura Gianluca Iodice. Con loro anche il Presidente sezione Bergamo dell’AVSI Giulio Galbiati e la coordinatrice della manifestazione Augusta Frigeni.

In Africa Orientale più di 11 milioni di persone stanno soffrendo la fame e la carestia. Mancano scuole e interventi sanitari. Soprattutto i bambini, Speranza del futuro, sono già condannati all’oblio. Ecco allora l’importanza di Organizzazioni umanitarie non governative, ONLUS, come l’AVSI. Da anni si fanno carico di portare avanti un messaggio di luce e fratellanza. Lavorano sul campo attraverso la costruzione, l’insegnamento, il rinforzo e il sostegno, affinchè ogni persona possa condurre con dignità e laboriosità una vita equa e aperta al mondo.

IN CERCA DI CIBO

Con l’iniziativa “In cerca di cibo, dacci il nostro pane quotidiano” grazie al dono dell’artista bergamasco Luigi Oldani, la Fondazione AVSI vuole tenere viva l’attenzione sul dramma del Corno d’Africa. Lo scopo è raccogliere fondi a sostegno della propria azione nel campo profughi di Dadaab.

AVSI ONG italiana, www.avsi.org, impegnata da oltre 30 anni in 40 paesi del mondo in Progetti di cooperazione allo sviluppo, è in prima linea accanto alla popolazione nei campi profughi di Dadaab, l’agglomerato urbano più grande del mondo.

Dadaab è un campo profughi in Kenia in cui si rifugiano quotidianamente centinaia di famiglie somale. Esse fuggono la sete e la fame e AVSI lavora affinché le persone che arrivano possano ricominciare una vita degna. In particolare si occupa di Educazione, su richiesta dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l’UNHCR, e della Cooperazione Italiana per lo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri, in collaborazione con la Mount Kenia University e l’UNICEF.

IL CAMPO PROFUGHI

Dadaab si trova a 500 chilometri da Nairobi, a 80 chilometri dal confine con la Somalia. Il Campo Profughi è costituito da tre sezioni, che coprono un’area di 50 chilometri quadrati. È stato realizzato per le popolazioni che scappavano dal loro paese a causa delle guerre civili e delle condizioni disumane a cui erano soggette.

Secondo le statistiche a inizio 2011 erano presenti quasi 400.000 persone, di cui quasi 200.000 bambini e ragazzi fino ai 17 anni. La popolazione maggiormente presente è somala, mentre il resto proviene dall’Etiopia e da altri paesi africani.

Da gennaio 2011 la situazione è ulteriormente peggiorata, a causa del grande afflusso di persone che scappano dalla Somalia per la siccità che da oltre 3 anni affligge il Paese. Più di 30.000 persone al mese, 1.500 al giorno, giungono ai margini delle strutture, chiedendo aiuto.

A tutt’oggi oltre 60.000 persone vivono ancora fuori dai campi in attesa di ricevere indicazioni e un posto dove vivere. Tra i nuovi arrivi più della metà sono bambini e tutti malnutriti. Molti di essi sono talmente gravi da non riuscire a sopravvivere, ne muoiono circa 6 al giorno. Non si possono chiudere gli occhi, non si può distogliere lo sguardo.

Per approfondire:

http://www.giornatamondialedelbambino.org/

 

 

Da Paolo Tassotti:
Terzo capitolo del “Concept album”

dedicato all’opera di Mark Twain
“Injun Joe”

Amsterdam, sulla veranda

Amsterdam, sulla veranda a lasciare liberi i pensieri

Potete ascoltare il brano al seguente link:

http://www.paolotassotti.it/ita/wp-content/mp3/InjunJoe.mp3

LA MIA RECENSIONE

Elevare l’anima al cielo, sulle note della musica del cuore, disperdere nel vento le preoccupazioni, le angosce, le tristi notti del buio, è come aprire una porta nuova, creata con lacrime di vita e sogni.

La musica ci fa compagnia, allevia le ore lunghe e solitarie, alleggerisce i passi, calma gli affanni, sorregge il cammino, consola gli affranti, tacita accoglie nel suo grembo ogni nostro respiro indomito.

Quando la musica è dedicata al grande Mark Twain si crea un connubio di spiritualità che incanta e avvince come solo elevando l’anima al cielo.

L’immensità dei grandi spazi, degli imponenti fiumi, delle errabonde scorribande, delle giornate lunghe ed assoltate dell’infanzia: tutto questo nel concerto di Paolo Tassotti, evocatore di piedini scalzi e risate fanciulle, ma anche di solitudini affrante e cuori senza casa.

PAOLO TASSOTTI, CHI È

Ecco il link diretto al blog:  http://www.paolotassotti.it/ita/biografia/

Riporto testualmente solo alcune parole della biografia: “Grazie all’influenza dei miei genitori ho avuto la fortuna di vivere fin da piccolo circondato dalla musica.
Ho cominciato a suonare la chitarra all’età di 10 anni da autodidatta. Con la mia prima chitarra classica ho mosso i primi passi sui più o meno complessi giri armonici che costruiscono le canzoni di Battisti.

A 12 anni ho avuto la mia prima chitarra elettrica. Una Fender Stratocaster di fabbricazione giapponese di cui sono ancora un geloso possessore avendone migliorato il suono attraverso la sostituzione dei magneti. (…)”

LA MIA POESIA

DAL FLAUTO

Le note scivolano fuori

senza urtarsi

piano piano.

Rotolano lungo le pareti

s’infiltrano nei muri

si disperdono lontano.

avanzano timide

nel rimbalzar dell’eco

e sfiorano speranze e gemiti

fino a toccare il cielo.

Da un flauto stanco e sofferente

cadono lente gocce

che paion fatue faville.

Da Nel migrar dei giorni, 2000

 

UN BRAVO SCRITTORE

E UN BRAVO POETA POSSONO SMETTERE DI SCRIVERE?

CORRADO CALABRÒ per la POESIA, dalla rivista Letteraria ORIZZONTI Aletti Editore:
“Non si decide a tavolino quando scrivere dei versi. Per la narrativa probabilmente è un po’ diverso, lì la materia richiede una struttura e la definizione di un progetto.

La POESIA invece, è qualcosa di profondamente emotivo, che si impossessa del poeta dettando le sue regole quando meno egli se lo aspetta. Bisogna soltanto avere la disponibilità di attendere e l’umiltà di abbandonarsi all’ispirazione.
La poesia è una Musa ritrosa, che non ama indugiare. Ma quando viene, viene con una spinta tale per cui non posso assolutamente sottrarmi. Sul momento cerco di resistere, un po’ perché quel tipo di emozione mi stravolge la giornata, un po’ perché mi sono accorto che la poesia non vuole essere incalzata.  Ama essere Lei a scegliere il momento giusto, e quando arriva, ti reclama con tutta la sua irresistibilità.

La poesia richiede indubbiamente un momento razionale di sistemazione e di ordine. Ma deve possedere anche qualità di sensitività  e di stupore. Viene da un livello dell’essere che io definisco “pre-conscio”. La poesia ha un’anima dionisiaca, ben lontana dalla razionalità socratica che vorrebbe, invano, definirla e catalogarla.”

ANDREA G. PINKETTS dice anche:
“La scrittura è qualcosa che ti appartiene per diritto di nascita, come la pittura, la scultura, o qualsiasi altra forma d’arte. Sei destinato, predestinato, condannato a praticarla. Ragion per cui quando giunge il momento decisivo per misurarsi con il mondo delle parole, inevitabilmente finisci per diventarne a tua volta preda, o predatore.”

LOUISE BOURGEOIS conclude:
“Fare arte non è una terapia, è un atto di sopravvivenza, una garanzia di salute mentale, la certezza che non ti farai del male e che non ucciderai nessuno.”

E IO, PERCHE’ SCRIVO?

Io scrivo per me stessa, per farmi compagnia, per dare sollievo e risposta ad un dilemma esistenziale che, da sempre, mi porto dentro. Vivo, fin da quando ero bambina, in compagnia dei libri e delle storie che, a mia volta, scrivo.
I versi sono una medicina per l’anima, una consolazione allo sfasamento e alle solitudini di oggi. Un verso è veloce come ogni nostro passo e ci accompagna lungo ogni nostro respiro, insaziabile e pungente. Sorregge il cammino, riempie le notti, allontana la paura. Ogni poesia è una storia che rivive, sfolgorante, e parla all’umanità attraverso la voce di uno solo.
La mia poesia nasce dal mio stesso essere viva, è una forza a cui non posso sottrarmi. Quando succede un fatto che mi emoziona molto, dentro il mio cuore si forma come un lago dove si concentra  tutta la mia emozione che preme e vuole uscire attraverso le parole, fino ad annullarmi e sentirmi tutt’uno con il mondo che mi circonda; poi mi sento più leggera.

QUESTO MONDO CHE IO SCRIVO

Questo mondo che io scrivo è anche il tuo, io do parole a ciò che tu già sai ma che non hai ancora scoperto appieno. Cerco di tradurre lo scorcio d’infinito che riesco a scoprire in parole che anche tu puoi usare, per continuare a combattere, per continuare a creare, per continuare a Vivere.
Vorrei accompagnare ogni lettore in un viaggio immaginario fuori e dentro la propria anima. E al termine di questo viaggio ognuno avverte l’impressione di essere stato tra i testimoni di quanto narrato o se addirittura si è identificato con passione in qualcuna delle mie liriche riportandone vive emozioni e magari qualche motivo di utile riflessione, allora potrò affermare con gioia di aver raggiunto il mio scopo.
Nel frattempo, anche per questo 2012, continuerò a scrivere poesie e storie, perché è la vita stessa che chiede di farsi racconto, di trasformarsi in storia, di diventare scrittura, di vincere il silenzio e l’oblio.

Mare infinito di nebbia sull'altopiano di Aviatico

Mare infinito di nebbia sull’altopiano di Aviatico

Un mare infinito di nebbia sull’Altopiano di Aviatico: dal mio balcone, a 1.100 metri sul mondo, i miei occhi catturano l’immenso mistero della natura.

Come posso resistere a questo richiamo?  La mia casa sotto la Cornagera

Nel video ad ANTENNA2TV

la vita contadina sotto la Cornagera narrata nel libro

“Lassù dove si toccava il cielo”

il video su Antenna2TV

LASSU' DOVE SI TOCCAVA IL CIELO -Amora e la vetta della Cornagera nell'agosto 1955, solo poche case, la chiesa e il cimitero sul pendio-

LASSU’ DOVE SI TOCCAVA IL CIELO -Amora e la vetta della Cornagera nell’agosto 1955, solo poche case, la chiesa e il cimitero sul pendio-

Il paesino di Amora e la vetta della Cornagera fotografati nell’agosto 1955, solo poche case, la chiesa a mezza costa e il piccolo cimitero solitario sul pendio. Narrare i contadini di un tempo non lontano, con la gerla sulle spalle e  i covoni sparsi lungo il pendio, narrare i bambini degli Anni Cinquanta con le cartelle usate come slitta nella neve, le interminabili Processioni e il dutrinì, narrare le donne sfiorite a quarant’anni, chine sul paiolo della polenta, col rosario in mano e il cestino delle uova. Narrare…

INCIPIT

“Amora negli anni cinquanta era divisa in due contrade, ancora oggi abbastanza distinte: una appena sotto la Cornagera, l’altra più in basso, a incombere sull’abitato di Bondo Petello, cui si giungeva tramite uno sterrato assai praticato, che nell’altro senso prima di proseguire per Aviatico in una strada carrozzabile, si collegava ad Amora Alta con una mulattiera a gradoni. Nel mezzo, come un giudice imparziale tra campi coltivati su morbidi pendii, la chiesa parrocchiale di San Bernardino e poco sotto il cimitero. Di fronte la nera cintura del Misma e sullo sfondo il profilo degli Appennini. Il tutto in precario equilibrio sul verde dei prati. Bastava allungare le dita e sembrava di toccare il cielo. (…)

Il mio primo ricordo risale a quando avevo circa quattro anni. Nei mesi invernali tornavano in paese i numerosi giovani emigranti, che avevano trovato lavoro in Svizzera come muratori e carpentieri, oppure in Francia come minatori, vignaioli o mietitori; erano festeggiati al pari degli eroi, loro che avevano superato le montagne e visto luoghi e persone distanti anni luce dall’umile mondo contadino. Questi ritorni erano eventi quasi magici, con storie raccontate mille e mille volte fino a notte fonda nelle stalle dell’una o dell’altra famiglia e con doni per tutti, originali e sorprendenti. Io ricevetti il mio primo pezzo di cioccolato svizzero, che mi portai in tasca a lungo, mangiucchiandolo parsimonioso per timore che finisse presto. Ma una notte un topolino rosicchiò il fondo della stoffa, attirato anch’esso dal dolce profumo e al mattino, nel percorrere il sentiero verso il prato, mi accorsi che la tasca era vuota. Piansi tutte le mie lacrime per quel dono perso, così prezioso. Nel maggio successivo, come quasi tutti i bimbi a quell’età, imboccai per la prima volta il tracciato che conduceva a Predale, per andare a raccogliere il fieno “in da àl”, nella valle, dove era dislocata una penzana di proprietà di un abitante di Amora Bassa, che ci permetteva di tenere le mucche in affitto. (…)”

(Brani tratti dal libro di narrativa sulla civiltà contadina di montagna  Lassù dove si toccava il cielo Edizioni Villadiseriane, 2009)

DAVANTI AL PRESEPE

Amsterdam

Amsterdam

L’ANGELO
In quella notte di dicembre in Palestina ben pochi viandanti erano in viaggio. Tra coloro che proseguivano troviamo i due sposi di Nazareth. Stanchi e infreddoliti, sentivano crescere dentro mille dubbi e interrogativi sul compito gravoso che li attendeva, mentre gli zoccoli incespicavano sui ciotoli della pista carovaniera. Possiamo immaginare i loro sguardi guizzanti e impauriti lungo i contorni in ombra delle colline, possiamo sentire la morsa di angoscia che attanagliava il respiro. Ma su tutto regnava l’attesa di qualcosa di immenso e incomprensibile.

IL CENSIMENTO
Anche i legionari romani si muovevano in quelle ore, pieni di dubbi sul valore del Censimento e rimpiangendo il calore della caserma a Gerusalemme. Anch’essi stranieri in una terra straniera, valorosi eppur fragili dietro la loro corazza di silenzio.

LA LOCANDA
Il momento più drammatico del cammino di Maria e Giuseppe resta il loro tentativo di ospitalità alla locanda di Betlemme. Il luogo di incontro diventa il simbolo del rifiuto verso chi è debole o straniero. E’ facile quindi associare la Sacra Famiglia alla famiglia emigrante: quella dei nostri nonni, con la valigia di cartone chiusa con lo spago, e quella del nostro tempo, con il rumore degli spari negli orecchi, ancora più sola in questo nostro muoversi frenetico.
Per questo Gesù scelse come luogo di incontro e amicizia un posto senza porte e senza confini: l’immensità del mondo, la terra degli uomini.

LE LAVANDAIE
Lungo il cammino di Gesù troviamo molte figure di donna e queste sconosciute lavandaie sono tra le più dolci: nel crepuscolo della terra di Palestina esse per prime videro riflettersi nell’acqua le gocce lucenti della magica Stella. Chissà con quale tremore quelle mani screpolate e ruvide strinsero i panni bagnati, per poi sollevarsi gocciolanti verso il fulgido richiamo, mute di suppliche e desideri, ancora pronte a cullare e fasciare il più piccolo degli indifesi.
E mentre le agili mani sfioravano l’acqua, piccole perle calde scesero a impreziosire i bianchi camicini come pegno d’amore materno e devoto fino al dolore della Croce.

Il Massiccio della Presolana

Il Massiccio della Presolana, sentinella sul Mondo.

I PASTORI
Alcuni pastori osservavano dalle rupi il passaggio dei forestieri lungo le immense praterie steppose della regione di  Betlemme, a mezzanotte. Si trovavano nella più completa solitudine, induriti da una vita di intemperie, vagabondi negli affetti, solitarie presenze in un mondo severo e sferzato dal vento. Non chiesero spiegazioni agli strani eventi di quella Notte, ma offrirono aiuto senza riserve, nel modo più completo e totale. Dietro la scorza ruvida e taciturna brillava la tenerezza più morbida.

I BEDUINI
Alcuni nomadi venuti dalle terre del Sinai si spostavano seguendo il miraggio di una fuga dalla povertà. Impolverati e stanchi cercavano un sogno di speranza al loro vagabondare senza tregua. Nei loro sguardi si raccoglie tutta la desolazione dei profughi di ogni tempo, sperduti ma sempre pronti a riprendere il cammino.

IL DORMIENTE
V’ era un anfratto poco fuori la città dove i viandanti trovavano sollievo. Anche Maria appariva provata dal lungo viaggio e desiderava stendersi a riposare. Le fecero posto nel piccolo spazio tra le rocce, ma quando le sue mani si posarono sul volto di chi in silenzio attendeva la nuova alba, lieve il suo tocco alleggerì ogni pena e confortò ogni cuore, perchè, anche se tacita,  aveva ascoltato le loro invocazioni.
In cambio offriva a tutti gli uomini ciò che aveva di più caro: Suo Figlio.

Le ultime cascine contadine in Valle Camocco, sotto Ganda, altopiano di Aviatico

Le ultime cascine contadine in Valle Camocco, sotto Ganda, altopiano di Aviatico

I TAGLIALEGNA
Accanto al giaciglio col bambino alcuni taglialegna accesero un fuoco: subito il chiarore s’irradiò ad avvolgere il Neonato addormentato. Gli uomini intanto osservavano con occhi sgranati il mistero che si presentava loro e che scaldava i loro cuori e le loro menti come un fuoco acceso. Questi semplici taglialegna scoprirono che il loro fuoco di legna aveva trovato sublime corrispondenza con il fuoco dell’anima scaturito da Dio.

IL FORNAIO
Le mani del fornaio richiamano l’idea della purezza . Sono l’anello che lega il chicco di grano all’uomo e portano vita, offrendo pane. Anche Gesù userà sempre il pane quando vorrà esprimere i suoi messaggi più profondi. Il pane deposto vicino a Maria racchiudeva il sapore della fatica e della gioia, il gioco di un bimbo che cresce, il pianto di chi ha fame, l’amore di Dio. Nulla si perde, tutto si stempera nell’eternità del Cristo.

I CONTADINI
I contadini che quella Notte offrirono i loro pochi cibi a Giuseppe avevano sulle spalle il ritmo delle stagioni, i semplici gesti della vita quotidiana, la capacità di adattarsi al mutare degli eventi, e quella di conservare intatto il valore degli affetti, delle cose care. Essi, con la loro offerta, volevano esprimere l’antico legame di solidarietà del mondo contadino e rinfrancare un uomo sperduto ma saldo nel suo impegno più grande.

IL CIABATTINO
Alcuni tra i mestieri più diffusi al tempo di Gesù erano il ciabattino o il fabbro, che rappresentati nel presepe di ogni tempo, sono l’emblema del lavoro solitario. Nello spazio ristretto di un locale, chini  sugli attrezzi, forgiavano e creavano piccoli capolavori, silenziosi ed attenti nel loro compito. Proprio dal silenzio scese fino al cuore quel richiamo dolce che solo una coscienza di pace può sentire; scese sfiorando delusioni di ogni giorno; scese fino in fondo inebriando i loro occhi di immagini meravigliose, rendendo questi uomini liberi nell’anima, liberi davvero. Il Bambino Gesù aveva parlato solo a chi era riuscito a sentire la sua voce leggera: la voce del silenzio.

IL CASALE
Nel passato le strade, acciottolate e fangose, erano percorribili solo a dorso d’asino o con i carretti. I viandanti sapevano però di poter contare sull’ospitalità della gente dei casali sparsi lungo i pendii o nelle vallate. Il fuoco sempre acceso scaldava i cuori e le menti, avvolgeva come una calda coperta quegli uomini induriti dalle fatiche e gli sguardi legavano al mondo i solitari giorni di chi era perso.

Trieste, Presepe di Luci

Trieste, Presepe di Luci

I MAGI
Nella gelida notte della Palestina apparvero in lontananza tre stranieri. Erano partiti pieni di incertezze, guidati soltanto da un effimero miraggio e dalle parole scritte da chi era morto ormai da tempo. Ma il loro destino è tracciato: porteranno luce all’uomo nuovo, speranza al figlio perduto, rinascita al seme gettato. Si inginocchieranno e onoreranno il loro unico agognato angelo, il solo che potrà alleviare il loro inquieto vagare come stella, la sola Stella per inquieti viandanti del tempo.

Ecco il link diretto con la Gallery delle immagini dal sito di Bergamasca.net:

Davanti al Presepe

La Valle Seriana dalla vetta della Cornagera

La Valle Seriana dalla vetta della Cornagera

Presentazione del libro di narrativa

“Lassù dove si toccava il cielo”

di Aurora Cantini,

il racconto della vita contadina di ieri

Introduce  la poetessa Margherita Bonfilio

Rovetta Bergamo

Aperitivo con l’autore

INCIPIT

“Scrivevamo con l’inchiostro e il calamaio, in cui veniva intinto il pennino. I banchi, alti e con il sedile agganciato al ripiano tramite sbarre di ferro, avevano un foro apposito per contenere la bottiglietta, ma i danni erano frequenti. A primavera riuscivamo a creare l’inchiostro schiacciando dei grandi fiori blu, chiamati Spade di San Pietro, però il risultato sulla carta lasciava molto a desiderare.

Autorità indiscussa era il parroco, don Arturo Ruggeri, che sovente interveniva a regolare gli animi; oppure si affidava la scolaresca ad una aiutante, la sorella della maestra, una zitella chiamata “Gioanì”. In un’occasione ero stato mandato fuori dall’aula con la mia compagna di birichinate Evi, ma dato che la scuola si trovava proprio a lato del sagrato da cui partiva la mulattiera che scendeva ad Amora Bassa, avevo pensato bene di ritornarmene a casa ed ero andato nei prati ad aiutare mia madre. Inutile dire che i miei genitori furono subito convocati dal parroco e dalla maestra, con grande agitazione di mia madre. I  pochi compiti venivano svolti nella stalla, su una panca accanto alle mucche, che spesso rovinavano gli scritti con i loro liquidi. (…)

La domenica era dedicata al catechismo,“ol Dutrinì”, che si svolgeva durante i Vespri del pomeriggio. Mentre gli adulti ascoltavano le predicazioni in chiesa, noi bambini eravamo affidati alle ragazze più grandi che, in casa del parroco, ci istruivano sui dogmi della fede. Da poco nell’osteria del paese aveva fatto il suo ingresso la prima televisione in bianco e nero, e le comiche di Stanlio e Olio attiravano tutti i paesani. I più intraprendenti tra noi ragazzi riuscivano a imitarli, esibendosi in pubblico, così durante uno dei “Dutrinì” io e il mio amico Bruno demmo sfoggio delle nostre abilità. Il chiasso e le risate furono avvertiti anche nel silenzio della navata. In un battibaleno il parroco, dal pulpito, si fiondò oltre la porticina che, tramite alcuni gradini, portava direttamente nella casa parrocchiale e fu davanti a noi. Acchiappò me e il mio compagno per le orecchie e ci portò davanti all’altare dove ci fece rimanere immobili, con le mani sotto le ginocchia, fino al momento della benedizione. Sentivamo gli occhi degli adulti pungerci la schiena come spilli, mentre il parroco continuava la funzione.

Diventare chierichetto era un’ambizione che però aveva anche un aspetto gravoso: la messa all’alba, alle cinque e mezza, prima dell’inizio dei lavori nelle stalle o nei campi. Questo voleva dire alzarsi alle quattro e mezza, incamminarsi per salire a piedi fino alla chiesa, passando davanti al cimitero, che creava non poche paure in noi bambini a causa delle storie di fantasmi raccontate nelle sere d’inverno nelle stalle, servire messa, poi ridiscendere a far colazione, prendere la cartella e risalire alla chiesa, partecipare alla messa delle otto, quella degli scolari, dopodiché recarsi a scuola. D’inverno, col “frècc che l’pèlaa zó la pèl del mostàss“, cioè che pelava la pelle del viso, tra i ciottoli ghiacciati e il buio che ancora avvolgeva il mondo, era micidiale. (…)

(Brani tratti dal libro  Lassù dove si toccava il cielo)

i poeti Aurora Cantini e Maurizio Noris Albino

I poeti Aurora Cantini e Maurizio Noris ad  Albino

POESIA E MUSICA IN LIBERTÀ

Domenica 18 dicembre 2011

Auditorium Città di Albino ore 17,30
Intrattenimento musicale su temi settecenteschi del musicista Marcello Conca
Lettura di poesie di autori vari

il paesino di Amora dall'alto della Cornagera -Altopiano di Aviatico-

Il paesino di Amora dall’alto della Cornagera -Altopiano di Aviatico-

 

LE PAROLE DEL CUORE

Liquide, le parole del cuore
si depositano sui nostri giorni,
rinsaldano orizzonti nuovi,
ravvivano fuochi spenti,
rendono pace al riposo
e consolazione alla vita.

Sono attimi di silenzio
nel vorticare del mondo. (Aur. Cant.)

Il piacere più bello è ascoltare i versi più spontanei scritti da chi di solito non si dedica alla poesia, cittadini comuni, che nella vita quotidiana si dirigono verso mete più pragmatiche. Eppure ogni cuore è poeta. Il cuore palpita nei sussurri mai detti.

I versi sono una medicina per l’anima, una consolazione allo sfasamento e alle solitudini di oggi. Un verso è veloce come ogni nostro passo e ci accompagna lungo ogni nostro respiro, insaziabile e pungente. Sorregge il cammino, riempie le notti, allontana la paura: ogni poesia è una storia che rivive, sfolgorante, e parla all’umanità attraverso la voce di uno solo.

Parlando di poesie vorrei riportare le parole che Francesco Bianconi, leader dei  Beaustelle disse in un’intervista a L’Eco di Bergamo del 28 luglio 2010: «Affermando che ci vorrebbero più poeti e meno cantanti volevo dire che viviamo in una società dove essi tendono ad essere figure marginali, senza riconoscerne il valore. Invece viviamo in un’epoca ricca di cantanti e attori spettacolari, calati in un mondo spettacolarizzato. I poeti sono figure anacronistiche (fuori moda), ma bisognerebbe riscoprirle e lasciarle parlare.» Daniela Morandi

Ecco anche l’edizione 2012:

qui la presentazione

 

In  poesia il senso di attesa

per Santa Lucia

dal libro Nel migrar dei giorni 2000

UN BIMBO

Lunga la sera avanza
e dietro i vetri
un bimbo guarda lontano
e sogna.

Si riempiono gli occhi
di rossi tramonti
e nebbie sparse
che occhieggiano dai colli.

Si coprono gli occhi
di ridenti sorrisi
e orizzonti chiari
da afferrare con le mani.

Occhi di bimbo riflessi nel buio.

Un luccicore sul vetro
che pare una lacrima
subito spento.

(Aur Cant)

il piccolo Oscar al Roculì di Amora 1985

Il piccolo Oscar al Roculì di Amora 1985

MEMORIE CONTADINE

L’ATTESA DI SANTA LUCIA PER I BAMBINI DI UN TEMPO

Santa Lucia dei bambini bergamaschi negli Anni Cinquanta,

(brani tratti da “Lassù dove si toccava il cielo”

Villadiseriane, 2009)

http://www.imieilibri.it/?p=8207

“(…) La mattina di Santa Lucia, “Santa Lösséa” in bergamasco, accanto all’urna di vetro della Maria Bambina Nascente dove la sera prima erano stati deposti una ciotola d’acqua e una manciata di fieno e “miscèla” -la farina data alle mucche- per l’asinello, i bambini scoprivano i doni: quaderni, matite, oppure i “basì”, caramelline zuccherate che venivano trovate anche sparse sulle scale, come fossero state davvero dimenticate dalla Santa.

L’ultima Santa Lucia è arrivata quando ero in quarta elementare e consisteva nel mio primo camioncino di plastica gialla, bellissimo. Mia sorella invece ricevette una bacchetta di legno dipinta d’argento: per lei fu un enorme dolore scoprire che probabilmente non si era comportata correttamente. Più tardi capii che l’argento della bacchetta era lo stesso usato per ridipingere ad ogni primavera le canne della stufa in cucina. Avevo scoperto il mistero.

L’anno successivo mi alzai impaziente e ciabattai fino alla camera Bella tra il “barbèlà de frècc”, ma vicino all’urna non c’era nulla: avevano capito che io sapevo. Scesi da basso e ritto nel mio corto pigiama di flanella, soffocando il groppo in gola che rischiava di sommergermi, esclamai alle donne indaffarate in cucina: “Me adès ‘ndó a servì mèsa. Quando torno voglio trovare i miei doni”. Ancora oggi rivedo gli occhi azzurri pieni di dispiacere di mia madre, muta davanti a me, le sue mani screpolate che serravano tremanti la “bigaröla”, il grembiule. Trovai alcuni mandarini, due arance, qualche noce, ma per me l’infanzia era finita.(…)”

Baita nella neve sulla strada verso Ganda, Altopiano di Aviatico

Baita nella neve sulla strada verso Ganda, Altopiano di Aviatico

27 racconti di altrettanti autori emergenti,

selezionati da un Concorso indetto dal forum Creativity Station,

per raccontare i vari aspetti del Natale.

Tante voci diverse e un unico scopo,

affermando come la Parola, detta o scritta,

sia la voce del futuro.

 

Tra i racconti selezionati, anche “LA LEGGENDA DELLA COLLINA INCANTATA” di AURORA CANTINI
Roberto Sonaglia dice nella sua motivazione: “Una fiaba con un messaggio sociale e uno di umanità, compresa la tematica della persistenza dell’amore oltre la morte (il giglio bianco). Molto ben scritta.”

INCIPIT

“Ogni sera nonno Riccio racconta che nell’angolo più nascosto di una casetta sui colli bergamaschi, alla base della vecchia credenza di pino, viveva, ormai da sette secoli-luce, una bambina.

Alia, questo il nome della piccina, ricordava bene come era capitata laggiù: durante la corsa di Primavera della Scuola di Prato Rugiadoso aveva inavvertitamente urtato una delle compagne, facendola inciampare proprio nei suoi rossi riccioli e mandandola gambe all’aria tra le risate dei presenti. La vecchia e altera Fata del Mandorlo in Fiore, Runa, non aveva creduto a una sola delle sue accalorate giustificazioni.

 -La tua impertinenza, Alia, ha superato ogni limite. E’ la prima volta in millenni di storia che capita un episodio così vergognoso. Pertanto sarai punita!  Io ti condanno a vivere nel mondo degli uomini. Partirai domattina all’alba, sul primo raggio di sole.

E così Alia era finita proprio lì, nella casa del boscaiolo Armando e di sua moglie Marika. Lui era burbero, ma aveva un cuore d’oro: come quella volta che aveva allevato due cuccioli di volpe, con l’ intento di venderli al mercato, per poi lasciarli liberi. Per Alia erano stati i primi amici. Si afferrava al loro soffice pelo e si faceva trasportare qua e là. In quei momenti riusciva perfino a dimenticare  Prato Rugiadoso e la nostalgia che ne aveva. Della signora Marika invece le piaceva la pelle delicata e morbida. A volte, la notte, si rincantucciava tra il cuscino e il lenzuolo, e lì rimaneva ore e ore, a dormire e a sognare, cullata dal suo respiro caldo, avvolta nei  suoi capelli.

Ma c’erano momenti in cui il piccolo cuore di Alia sembrava si spezzasse a metà: capitava quando scopriva Marika piangere inginocchiata accanto ad una minuscola culla, in solaio. Doveva esserci stato un bambino in quella casa, un tempo. Dove fosse ora, questo Alia non lo aveva scoperto, sapeva però che la sua mancanza faceva soffrire terribilmente Marika. (…)”

Per le informazioni complete sull’eBook ecco il link:

http://it.calameo.com/books/000792764e8167e044d02

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